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Russia, XIX secolo, Icona di San Nicola, Tempera su tavola, cm
Epoca: Ottocento
L'icona, dal greco eikon, immagine, presenta la narrazione di alcune episodi della vita della Vergine e di Gesù, costituendo, un trattato di teologia a colori. La particolarità delle icone si evidenzia già dalla preparazione del supporto su cui si dipinge. La stessa tavola di legno è un simbolo della croce, mentre la tela è simbolo del mandylion, ovvero il velo della Veronica, o la Sindone; il gesso che viene steso sulla tela, il levkas è simbolo della pietra. Le icone erano dipinte su tavole di legno, generalmente di tiglio, larice o abete. Sul lato interno della tavoletta era generalmente effettuato uno scavo, chiamato “scrigno” o “arca”, in modo da lasciare una cornice in rilievo sui bordi. L'icona non è una interpretazione personale ma un rito con precisi canoni da rispettare; al contrario dei quadri, di cui spesso si conosce il nome dell'autore, l'icona deve rimanere anonima. La teologia riteneva le icone opere di Dio stesso, realizzate attraverso le mani dell'iconografo. San Nicola di Bari, noto anche come san Nicola di Myra (Patara di Licia, 270 circa - Myra, 343), è venerato come santo dalla Chiesa cattolica, dalla Chiesa ortodossa e da diverse altre confessioni cristiane, fu vescovo di Myra (oggi Demre). È noto anche al di fuori del mondo cristiano perché la sua figura ha dato origine al mito di Babbo Natale. Le sue reliquie sono conservate a Bari, Venezia, Rimini, Saint-Nicolas-de-Port, Bucarest, Volos ed anche in Bulgaria, nella chiesa della città di Cernomoretz. Nacque probabilmente a Pàtara di Licia, fra il 261 ed il 280. Cresciuto in un ambiente di fede cristiana, perse, secondo le fonti più diffuse, prematuramente i genitori a causa della peste. Divenne così erede di un ricco patrimonio che distribuì tra i poveri e perciò ricordato come grande benefattore. In seguito lasciò la sua città natale e si trasferì a Myra dove venne ordinato sacerdote, diventando poi vescovo. Imprigionato ed esiliato nel 305 durante la persecuzione di Diocleziano, fu poi liberato da Costantino nel 313 e riprese l'attività apostolica. Non è certo che sia stato uno dei 318 partecipanti al Concilio di Nicea del 325: secondo la tradizione, comunque, durante il concilio avrebbe condannato duramente l'Arianesimo, difendendo l'ortodossia, ed in un momento d'impeto avrebbe preso a schiaffi Ario. Gli scritti di Andrea di Creta e di Giovanni Damasceno confermerebbero la sua fede radicata nei principi dell'ortodossia cattolica. Morì a Myra il 6 dicembre, presumibilmente dell'anno 343, forse nel monastero di Sion.Il culto si diffuse dapprima in Asia Minore (nel VI secolo 25 chiese a Costantinopoli erano a lui dedicate), con pellegrinaggi alla sua tomba, posta fuori dell'abitato di Myra. L’icona del Santo qui riprodotta lo ritrae in busto, vestito da vescovo e reggendo il libro chiuso dei vangeli. Ai due lati del capo i due busti sono quelli di Cristo e della Madonna che, secondo la leggenda, restituiscono al Santo le insegne vescovili che gli erano state rimosse per aver schiaffeggiato Ario nel concilio di Nicea I (325).
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